Veramente le donne manager sono le più colpite dalla cellulite?

Sfatato un luogo comune: non sono le casalinghe ad avere i maggiori problemi di linea. Secondo un’inchiesta della multinazionale Ideal Line, condotta su un campione di 700 donne, sono le manager e le superimpegnate le più colpite dalla cellulite: il 47 per cento del campione. Ma sarà proprio vero?

Purtroppo lo confermano le impietose statistiche; e lo posso ricordare anch’io, se solo riesumo le vecchie interviste che ho fatto alle donne in carriera. Non dimenticherò mai quella volitiva e simpatica dama che fabbricava le migliori televisioni di Lombardia: pesava intorno al quintale, e aveva due occhi penetranti come trivelle d acciaio. Un giorno mi invitò a dividere la sua colazione nell’immenso studio che occupava in cima alla Torre Velasca di Milano: una colazione a base di sedani e carote crude, con la consolazione finale di una

mela cotogna. Non sono stato così insolente da chiederle il motivo di quel menù eremita. Lei stessa mi spiegò le ragioni della sua obesità: «E la paura della concorrenza. Non sopporto l’idea che qualcuno mi tagli la strada negli affari, specie se maschio. E allora divoro tutto quello che mi capita sotto mano. La notte mi alzo dal letto come una sonnambula e spolvero il gorifero».

Del resto, l’aveva confessato Marilyn Monroe nell’intervista che mi accordò nella sua casa di Sutton Place, a New York. «Lavorare ingrassa», sospirò, sbadigliando sul divanetto lilla del soggiorno, «è l’ansia, è la competizione che ti scombina i bioritmi. Ogni volta che comincio un film prendo tre chili in una settimana».

Quando una donna entra in pista, in quella «corsa dei topi» che è il torneo degli affari, rinuncia a una parte della sua femminilità. Ho conosciuto direttrici di imprese che dovevano passare periodicamente le acque per curare la foruncolosi e annullare i rotoli di ciccia, detti «i Michelin». Proprio l’altro giorno ero invitato da una efficiente sottosegretaria governativa, che guardandosi allo specchio esclamò: «Dio, come ingrassa questa maledetta politica, sembro mia madre!».

Con questo non si intende scoraggiare l’ambiziosa laureata che punta alla camera. Tuttavia i fatti parlano chiaro: le stupende fanciulle che incontrate sulle spiagge delle Seychelles, con i corpi affusolati come statuette di Tanagra, non hanno briche da dirigere, né profitti da raddoppiare. Stanno lì, in adorazione del sole, coccolate dagli ammiratori. Si nutrono succhi di frutta, di caviale e, dopo le sei sera, di coppe di champagne. Quell’amabile provinciale di Guido Gozzano parlerebbe di «cocottes», di «pigre signorine», «cocotte» è un vocabolo desueto. Ora si dice «surfiste», per indicare le fanciulle in fiore che inseguono le dorate bollicine dell’alta società. Più delicati, noi proponiamo l’aggettivo che si usa per le case editrici in debito di ossigeno: «partecipate». Del resto lo diceva anche De Coubertin: «Limportante non è vincere, ma partecipare».

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